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Abiti ancora indossabili, ma senza mercato: il paradosso globale della moda circolare

Rapporto Fashion for Good e Circle Economy: “Senza interventi più mirati in diverse parti della catena del valore per rafforzare le infrastrutture di gestione dei rifiuti e riequilibrare il commercio globale, il riuso rischia di funzionare come un mercato parallelo anziché agire da contrappeso circolare”

Il riuso può allungare la vita dei vestiti, creare occupazione e ridurre la quantità di rifiuti tessili. Ma non può, da solo, compensare un sistema fondato sulla sovrapproduzione e sulla vendita di capi nuovi a prezzi sempre più bassi. È la conclusione più importante di Sorting for Circularity: Project Rewear, il rapporto pubblicato da Fashion for Good e Circle Economy, che analizza il mercato dell’abbigliamento usato in Europa e i suoi collegamenti con Ghana e Pakistan.

Il dato di partenza è – come i lettori di EconomiaCircolare.com sanno –  un’industria ancora quasi interamente lineare: come ricordano Fashion for Good e Circle Economy, appena lo 0,3% dei materiali impiegati nella moda rimane in circolazione dopo che il primo acquirente se ne è disfatto. Mentre ogni anno vengono scartati oltre 92 milioni di tonnellate di prodotti tessili. Esistono ovviamente forme di economia circolare della moda (lo studio usa il termine ‘rewear’ per indicare non solo la vendita di seconda mano, ma anche riparazione, noleggio, scambio, upcycling) ma “senza interventi più mirati in diverse parti della catena del valore per rafforzare le infrastrutture di gestione dei rifiuti e riequilibrare il commercio globale, il ‘rewear’ rischia di funzionare come un mercato parallelo anziché agire da contrappeso circolare per risolvere il problema dei rifiuti nel settore della moda”.

Il paradosso europeo: i vestiti sono utilizzabili, ma ripararli non conviene

La ricerca ha esaminato 8.280 capi provenienti da impianti di selezione nei Paesi Bassi, in Spagna, Polonia e Lituania, affiancando all’analisi materiale interviste con operatori della raccolta, della selezione, della vendita e della riparazione.

Il risultato mette in discussione l’idea che i vestiti vengano scartati soprattutto perché ormai inutilizzabili. Il 37% dei capi analizzati non presentava alcun danno e un altro 41% aveva soltanto un difetto di lieve entità. “La maggior parte degli indumenti scartati è ancora in buone condizioni”, spiega il report: semplici operazioni di lavaggio, rimozione dei pallini o piccola riparazione potrebbero aumentare la durata e il valore di molti prodotti. Ma a impedire queste operazioni sono le stesse dinamiche che in questi mesi in Italia e in Europa stanno mettendo in crisi il riciclo e la raccolta differenziata delle plastiche: l’economia circolare è pur sempre economia, e in mancanza di una scelta politica che decida di incentivarne gli strumenti – come, appunto, la riparazione – scaraventa fuori mercato quelle imprese che la praticano (con benefici ambientali ed economici per la collettività). Il problema è riconoscere economicamente questi benefici.

Tornando ai tessili, il costo della manodopera, della logistica inversa, della pulizia e della verifica dei prodotti supera spesso il possibile prezzo di rivendita. In uno degli impianti studiati dagli estensori del report, su circa 47 milioni di chilogrammi raccolti in un anno ne sono stati riparati appena 50. Gli interventi vengono quindi riservati soprattutto ai capi di lusso, mentre la maggior parte dello stock passa direttamente dalla selezione all’esportazione o al riciclo.

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Ghana’s Kantamanto market. Foto: Fashion for Good e Circle Economy

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Infrastrutture e competenze

Non bisogna trascurare poi la questione delle competenze e delle infrastrutture. Al di là dei vincoli economici, si legge infatti nel report, “la mancanza di preparazione al riutilizzo riflette lacune più ampie in termini di competenze e infrastrutture. Le attività di rinnovamento come la pulizia, la rimozione dei pelucchi, le riparazioni e il restauro richiedono competenze specifiche, risorse, spazi e tecnologie dedicate”. Molti operatori, “in particolare le organizzazioni senza scopo di lucro, non sono in grado di dare priorità a questa attività o di elaborare strategie su larga scala e, anche quando la preparazione al riutilizzo avviene, tende ad essere marginale rispetto ai volumi complessivi trattati”.

Il rapporto conferma che “l’Europa dispone di scorte abbondanti di capi tecnicamente riutilizzabili e di infrastrutture in crescita, oltre che di un contesto politico proattivo e relativamente progressista”. Ma sostiene anche che, “senza ulteriori cambiamenti a livello politico e di mercato che premino la preparazione al riutilizzo e contrastino le pressioni sui prezzi esercitate dal settore della moda, la maggior parte dei capi non realizzerà mai il proprio potenziale di riutilizzo”.

Certamente, un’opportunità è rappresentata dalla nuova Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) a livello UE per i prodotti tessili.

Ghana e Pakistan, la circolarità sulle spalle dei Paesi importatori

Il rapporto segue poi i flussi dei tessili usati oltre i confini europei. Nel mercato di Kantamanto, ad Accra (Ghana), arrivano secondo le stime circa 15 milioni di capi ogni settimana. Commercianti, sarti, riparatori e operatori dell’upcycling costruiscono intorno a questi indumenti una vera economia circolare, capace di generare reddito e sottrarre grandi quantità di tessili alla discarica.

 

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