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European Environmental Bureau: non “Buy European” ma “Buy with EU Green Criteria”

Documento EEB: “L’Unione europea diventa competitiva e più resiliente non escludendo gli altri, ma innalzando gli standard e consentendo al mondo di trarne vantaggio”

EconomiaCircolare.com ne ha scritto di recente ad esempio a proposito degli obiettivi di contenuto riciclato indicati dalla direttiva SUP sulla plastica monouso, per raggiungere i quali la Commissione UE riconoscerà probabilmente solo la plastica riciclata made in UE, con grande soddisfazione dei riciclatori di plastica nostrani. Ma il “made in UE” sta diventando uno dei criteri guida della Commissione (e per le imprese), in risposta al protezionismo statunitense. C’è però chi sostiene che la strategia industriale europea dovrebbe dare priorità alla sostenibilità rispetto alle semplici regole di origine “Buy European”. Perché “concentrarsi su come vengono realizzati i prodotti, e non solo su dove, rafforzerebbe la competitività, stimolerebbe l’innovazione e posizionerebbe l’UE come leader industriale globale nella produzione sostenibile e socialmente responsabile”. È questa la posizione dello European Environmental Bureau, che col rapporto Made with EU Green Criteria. Why ‘Buying Sustainable’ can future-proof EU industry interviene nel cuore del dibattito europeo sul “Buy European”, proponendo una linea chiara: non basta privilegiare l’origine geografica dei prodotti, occorre premiare la sostenibilità ambientale e sociale lungo l’intera catena del valore (e chissà cosa ne pensano i citati riciclatori).

Un cambio di paradigma per alzare l’asticella: non dove, ma come

L’EEB ha chiarissimo il contesto: aumento dei costi energetici e delle materie prime, sovraccapacità globale, competizione internazionale e pressioni per introdurre clausole di contenuto locale negli appalti pubblici. Ma la risposta, si legge nel documento, non può essere puramente protezionistica: “Non si tratta solo di dove vengono realizzati i prodotti, ma anche di come vengono realizzati”.

Per garantire un ecosistema industriale e agricolo “a prova di futuro, l’UE deve rimanere aperta alle innovazioni sostenibili che possono andare oltre i requisiti di origine”. Se si scegliesse l’innalzamento degli standard ambientali e sociali in tutto il mercato come bussola della competitività, ne deriverebbe “una crescita della domanda per una produzione verde, circolare e socialmente responsabile”. Per questo le politiche “Buy European” dovrebbero essere “legate ai più elevati standard di sostenibilità e sociali, che premiano i leader industriali e agricoli puliti, non i ritardatari locali”.

I limiti del made in UE e il ruolo degli appalti pubblici

In realtà, l’Unione europea ha già avviato strumenti che privilegiano produzioni più sostenibili, indipendentemente dall’origine. Il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), ricordato nel rapporto, introduce un prezzo del carbonio sui prodotti importati per evitare il “carbon leakage”, la rilocalizzazione produttiva verso paesi in cui le emissioni di carbonio non sono tassate come un Europa. Analogamente, la normativa sulla progettazione ecocompatibile (ESPR) imporrà requisiti ambientali a tutti i prodotti immessi sul mercato europeo.

Il documento mette in guardia si rischi di una preferenza basata solo sulla provenienza europea. Due le principali problematicità. In primo luogo, privilegiare la provenienza rispetto alle prestazioni sulla sostenibilità potrebbe distrarre dal raggiungimento degli obiettivi ambientali, rendendo le imprese europee in qualche modo più pigre.

di Daniele Di Stefano

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