L’Europa sta rafforzando la responsabilità estesa del produttore (EPR) per il settore tessile, ma resta un problema irrisolto: che cosa accade quando un capo usato (o presunto tale) viene esportato fuori dall’Unione e diventa rifiuto migliaia di chilometri fuori dai confini dell’Unione? “Gli schemi EPR sono sempre più concepiti per rafforzare il riutilizzo a livello nazionale, mentre la realtà dei mercati globali del riuso fa sì che la maggior parte dei tessili riutilizzati continui a muoversi oltre i confini nazionali”, si legge in un rapporto di Eunomia per lo European Environmental Bureau (EEB).
Ogni anno, infatti, enormi quantità di abiti usati (o presunti tali) lasciano l’Europa dirette soprattutto verso Africa e Asia. Ma insieme ai vestiti non viaggiano le risorse versate – o che in futuro verranno versate – dai produttori per gestirne il fine vita. La strada esplorata dal rapporto per provare a colmare questo vuoto è quella di estendere l’EPR oltre i confini europei, verso una “Global EPR”.
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Il report “Fashion Redress – Exploring policy options for EPR fee transfer mechanisms between used clothing exporting and importing countries” ci ricorda che la dimensione del fenomeno è rilevante. Tra il 2005 e il 2023 le esportazioni di tessili usati dall’UE verso Paesi terzi sono quasi raddoppiate, passando da 760 mila a 1,37 milioni di tonnellate. Nel 2023 il 45% era diretto in Africa e il 43% in Asia.
Una volta varcati i confini europei, però, questi prodotti escono di fatto dal sistema finanziato attraverso i contributi EPR: quando diventano rifiuti, i costi di raccolta, trattamento e smaltimento finiscono così per gravare sui Paesi importatori, comprese amministrazioni locali, operatori informali e comunità.
“La responsabilità finanziaria – chiarisce il report – non segue in modo coerente i flussi di materiali e i costi della gestione a fine vita ricadono sugli attori dei Paesi importatori che non rientrano nei sistemi finanziati dall’UE”. Il rapporto realizzato per EEB punta i riflettori proprio su questa enorme contraddizione rispetto al principio del “chi inquina paga”, che è alla base dell’EPR.
Con la revisione della direttiva quadro sui rifiuti, gli Stati membri dovranno istituire sistemi EPR per tessili e calzature entro il 17 aprile 2028. Ma la responsabilità finanziaria continua sostanzialmente a fermarsi alla frontiera quando gli indumenti vengono esportati come beni destinati al riuso.

Da qui l’ipotesi di una “Global EPR”: una parte delle risorse raccolte dai produttori europei dovrebbe seguire, almeno finanziariamente, i flussi di tessili usati e contribuire alla loro gestione nei Paesi dove arriveranno effettivamente a fine vita. Le risorse potrebbero finanziare raccolta, selezione, riciclo e smaltimento sicuro, ma anche attività capaci di prolungare la vita dei prodotti, come riparazione, riuso e miglioramento dei sistemi locali di selezione.
Sul come – dal punto di vista sia finanziario sia organizzativo – raggiungere questo ambizioso obiettivo, Eunomia non indica un modello unico. Tra le opzioni analizzate c’è la raccolta dei contributi attraverso le organizzazioni nazionali di responsabilità dei produttori, con successivo trasferimento attraverso un fondo o un organismo di coordinamento europeo. Nei Paesi destinatari le risorse potrebbero essere amministrate da autorità pubbliche, enti locali, sistemi EPR nazionali o altri soggetti.
Uno degli scenari più avanzati prevede una governance condivisa tra UE e Paesi importatori e una gestione decentralizzata dei fondi, con il coinvolgimento anche di municipalità, organizzazioni della società civile e operatori informali.
“Qualsiasi meccanismo – spiegano Eunomia ed EEB – dovrebbe essere graduale e adattivo. Date le attuali limitazioni dei dati, un punto di partenza semplice è probabilmente più realistico rispetto a un modello altamente complesso fin dall’inizio”. I volumi delle esportazioni o i contributi in percentuale fissa potrebbero costituire una base iniziale, da integrare con approcci più raffinati man mano che aumentano i dati disponibili e si rafforzano le capacità operative.
Saranno inoltre essenziali solide misure di salvaguardia per i dati e sistemi robusti di audit e verifica per monitorare i flussi materiali e finanziari e gestire rischi come l’uso improprio dei fondi, la doppia contabilizzazione e l’esclusione degli attori informali. Tali requisiti dovranno tuttavia rimanere proporzionati, tenendo conto delle realtà dei sistemi dei Paesi importatori.
E poi resta da stabilire quanto far pagare. Il rapporto prende in esame contributi basati sui costi stimati del fine vita, tariffe per tonnellata esportata, una percentuale aggiuntiva sui contributi EPR già versati oppure sistemi modulati in base a durata, riparabilità, riciclabilità e qualità dei prodotti.
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