“La mazza dell’assassino”: con questa metafora forte, e inusuale per lo stile che di solito è felpato, il presidente cinese Xi Jinping ha definito il dominio del suo Paese sulle materie prime critiche. Il messaggio era certamente rivolto in primis agli Usa di Donald Trump, nei giorni in cui i due colossi sono tornati a confrontarsi, ma non è sfuggito all’Unione Europea, che su questo tema insegue da tempo sogni di autonomia.
La metafora di Xi Jinping esplicita in fondo un sentimento comune tra gli Stati membri dell’UE quando si parla di materie prime critiche, cioè i minerali e i metalli fondamentali per settori strategici come energia, difesa e digitale. Ed è proprio su ciò che si concentra l’ultimo studio dello European Union Institute for Security Studies (EUISS), il think tank ufficiale dell’Unione europea su politica estera e sicurezza.
Nel report diffuso il 12 maggio, e intitolato ‘L’arma delle materie prime critiche di Pechino e come smantellarla‘, l’analista dell’EUISS Joris Teer dimostra come nel 2025 Pechino abbia trasformato il controllo “quasi monopolistico” su questi materiali – definiti “la spina dorsale dell’economia globale” – in una vera e propria arma geopolitica. I dati sono noti: la Cina detiene il 70% della capacità di estrazione e raffinazione globale di ben 17 dei 34 materiali che l’UE considera “critici”, per via della loro importanza strategica e della mancata autonomia sulle catene di fornitura.
Dal litio al cobalto, passando alle terre rare, la Cina persegue i propri interessi nazionali. Un messaggio che Usa (soprattutto) ed Europa hanno compreso. Ma come costruire una propria sovranità sulle materie prime critiche? Tra gli strumenti messi in campo dall’Unione Europea ce n’è uno, recente, di cui si parla ancora poco.
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Sono passati più di due anni dall’adozione del Critical Raw Materials Act, il regolamento col quale l’UE si è data una serie di obiettivi da conseguire al 2030:
estrazione: almeno il 10% del fabbisogno annuale dell’UE deve essere estratto all’interno dei confini europei;
lavorazione: almeno il 40% dei materiali deve essere lavorato e raffinato all’interno dell’UE;
riciclo: almeno il 25% del fabbisogno deve provenire da materiali riciclati.
dipendenza dalle importazioni: non più del 65% del consumo di ciascuna materia prima strategica dovrebbe provenire da un singolo Paese terzo.
Quest’ultimo parametro è chiaramente stato scritto in riferimento alla Cina. Più in generale in questi due anni si sono sollevate parecchie voci su questi parametri, considerati ambiziosi e allo stesso tempo irrealistici. Mancano poco più di tre anni e mezzo al 2030 e gli investimenti, seppur consistenti (si pensi ai 3 miliardi di euro previsti dal piano RESource EU), sono insufficienti e si basano prevalentemente su una logica lineare ed estrattiva, invece che puntare in maniera decisa sulle cosiddette “miniere urbane” e sul modello dell’economia circolare.
Di questo passo, mantenendo tale approccio ondivago e senza un deciso cambio di passo, è facile desumere che si andrà incontro a un altro fallimento. Al momento, infatti, i progetti più interessanti per costruire un’autonomia sostenibile sulle materie prime critiche sono ancora pochi.
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