Dentro un vecchio smartphone, una lavatrice fuori uso, un monitor dismesso o un pannello fotovoltaico arrivato a fine vita possono esserci rame, alluminio, palladio, silicio, tungsteno, terre rare. Tutti materiali cruciali per la transizione verde e digitale, esposti però in Europa a rischi di approvvigionamento e a forte dipendenza da fornitori esterni. E proprio questa dipendenza rende i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) come quelli appena citati un bacino potenziale di queste preziose materie prime. Da lì potremmo approvvigionarci e rispondere ai bisogni della decarbonizzazione e dell’elettrizzazione della società e dell’economia. Ma la domanda da porsi non è soltanto quanta materia prima critica (CRM) contengano i RAEE. La domanda decisiva è piuttosto: quanta di quella materia possiamo davvero recuperare?
La differenza sembra tecnica, ma è politica, industriale e ambientale. Perché un materiale può essere presente in un rifiuto e, allo stesso tempo, essere quasi irraggiungibile: disperso in piccole quantità, incorporato in componenti miniaturizzati, miscelato ad altri materiali, perso in raccolte non conformi o avviato a trattamenti che recuperano solo le frazioni più facili. Il progetto europeo FutuRaM, finanziato dall’Unione Europea col programma Horizon Europe, prova a rendere esplicito e misurabile lo scarto tra contenuto e recuperabilità. Non basta sapere “quanto materiale c’è”: bisogna sapere dove si trova, come è legato al prodotto e che cosa succede quando quel prodotto diventa rifiuto.
Per questo, secondo Pascal Leroy, direttore generale del WEEE Forum che riunisce 49 organizzazioni di responsabilità dei produttori di RAEE in tutto il mondo, FutuRaM è “parte integrante di una più ampia strategia di sicurezza dell’approvvigionamento: ridurre la dipendenza da pochi fornitori extra-UE per i materiali essenziali alle transizioni verde, digitale e della difesa, e allineare la pianificazione delle risorse secondarie alla politica sulle materie prime primarie”.
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Nei rifiuti elettrici ed elettronici – RAEE, o WEEE nella sigla inglese – le materie prime critiche ci sono, lo sappiamo. Ma questo non basta. Il punto decisivo è capire dove si trovano, in quale specifica componente, in quale forma, quanto sono disperse e se i sistemi di raccolta e trattamento sono in grado di intercettarle, separarle e avviarle a riciclo senza disperderle.
“La sola presenza di un materiale nei RAEE non implica la sua effettiva recuperabilità. La recuperabilità dipende da diversi fattori abilitanti o, viceversa, barriere: design del prodotto, concentrazione e distribuzione dei materiali, tecnologie di riciclo disponibili, fattibilità economica e sistemi di raccolta e pre-trattamento” racconta a EconomiaCircolare.com Giulia Iattoni, assistente responsabile di programma presso lo United Nations Institute for Training and Research (UNITAR). “Alcuni materiali presentano oggi livelli di recupero già elevati grazie a proprietà favorevoli e tecnologie consolidate. Altri rappresentano flussi con crescente interesse strategico e potenziale di recupero, legato all’evoluzione e alla diffusione sul mercato di prodotti che li contengono e ai processi di trattamento esistenti. Al contrario, alcuni materiali restano oggi difficilmente recuperabili a causa della loro dispersione nei prodotti e dei limiti tecnologici attuali, e vengono recuperati solo in quantità limitate o tramite processi ancora in fase di sviluppo”.
Il progetto FutuRaM sposta l’attenzione dal semplice “contenuto” alla “recuperabilità”. Come sintetizza uno dei documenti prodotti per il progetto (“D3.1 Extended Waste Stream Composition Assessment to Enable Secondary Raw Material Assessment), “dati dettagliati sulla composizione sono essenziali per capire quali materie prime critiche e strategiche sono presenti nei flussi di rifiuti, dove si trovano, ad esempio in quali componenti o materiali, e come possono essere recuperate”.
Il report 2050 Critical Raw Materials Outlook fornisce dati illuminanti a questo riguardo. Nel 2022, nell’area UE27+4 (Unione europea, Regno Unito, Islanda, Norvegia e Svizzera), sono stati generati 10,7 milioni di tonnellate di RAEE: 20 kg per abitante. Dentro questi rifiuti era contenuto circa 1 milione di tonnellate di 29 di quelle che l’UE ha ribattezzato materie prime critiche: “Materie prime di grande importanza per l’economia dell’UE e caratterizzate da un elevato rischio legato alla loro fornitura”. Il report cita esempi molto concreti: rame nei cavi, alluminio negli involucri, terre rare nei magneti, metalli del gruppo del platino nelle schede elettroniche e nei display. Abbiamo imparato a considerare i RAEE come una “miniera urbana”: ma è essenziale non dimenticare che si tratta di una “miniera urbana disordinata”, fatta di oggetti diversi, componenti incollati, saldati, miniaturizzati o difficili da raggiungere.
La differenza tra contenuto e recuperabilità emerge con una domanda semplice: se in un vecchio laptop o in uno schermo ci sono rame, palladio o terre rare, questi materiali sono automaticamente e facilmente recuperabili? Niente affatto.
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La recuperabilità delle materie prime critiche dipende da vari fattori, di cui peraltro sarebbe saggio tenere conto nella fase di design dei prodotti. Dipende dalla loro posizione, innanzitutto. Un materiale presente in un cavo facilmente separabile non ha lo stesso destino di un elemento disperso in piccolissime quantità dentro una scheda, un magnete, un display o un componente composito. Per questo FutuRaM usa un approccio che procede seguendo una struttura gerarchica: prodotto, componente, materiale, elemento. Non si limita cioè a registrare che in un RAEE c’è una certa quantità di rame, alluminio, terre rare ma cerca di ricostruire dove quei materiali si trovano all’interno del prodotto, passando via via da un livello sovraordinato ad uno sottordinato.
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